Editoriale

Il calcio sogna un mondo che non esiste più

Due giocatori della Nazionale italiana in maglia azzurra in campo, di spalle il numero 9 Balotelli

Questa settimana abbiamo forse assistito alla apocalisse del calcio italiano? In un Paese normale, la vergognosamente meritata uscita della “grande” Italia dalla competizione mondiale e la morte a pistolettate del povero Ciro Esposito, sancirebbero la fine di un’era ed un azzeramento tecnico ed etico di uno sport il quale non è scritto da nessuna parte che debba sopravvivere immutato come un brutto ricordo di sé stesso.

Da diversi anni il calcio sta arrancando tra risultati tecnici che solo noi italiani troviamo esaltanti; ma quando le nostre squadre varcano di un metro il confine di Stato, anche la più insulsa delle squadre ci mette in difficoltà. Se poi ci priviamo delle centinaia di giocatori stranieri e formiamo una nazionale di soli azzurri, riusciamo a farci mettere in graticola anche da Paesi che sono un decimo del nostro, hanno un PIL nazionale come le nostre Marche e che, appena pochi minuti prima del fischio di inizio, etichettavamo come “terzo mondo”. Beh, c’è da temere che solo noi riusciamo ormai a credere che il calcio italiano sia un fenomeno; in realtà siamo ostaggio di logiche economiche che si disinteressano dei vivai giovanili, della crescita tecnica del nostro Paese, di impianti adeguati, dell’etica sportiva e della educazione dei ragazzi. Il risultato è che si soffoca la crescita delle giovani speranze nostrane con “campioni” esteri strapagati; siamo la “patria del calcio” piena di schiappe straniere che non riesce a formare un solo campione italiano che sia appetibile oltreconfine. Forse i nostri esperti non sono poi così bravi, ma pur di vendere i diritti alle pay tv o gli abbonamenti a frotte di facinorosi ormai inutilmente invecchiati sugli spalti a forza di tirar giù insulti e pietre, spremono bene questo “limone” calcistico fin oltre la buccia, per buttare ciò che resta in pasto a noi moralisti perché poi lo digeriamo e lo facciamo sparire gratis.

E’ troppo comodo; il calcio italiano non si è decomposto da solo, ma lo ha rovinato qualcuno che avrà pure un nome ed un cognome. Lo avranno rovinato pessimi dirigenti sportivi, furbetti del quartierino, compagni di merende, giornalisti da strapazzo, commentatori improvvisati e giornaletti che svendacchiano costruendo da sé notizie che non dicono nulla. Qualcuno, che ha nome e cognome, ha consentito che il calcio diventasse e rimanesse per decenni ciò che è: un colosseo moderno dove i gladiatori stanno in curva e le bestie in campo. Qualcuno su tutto questo, e sulla ingenuità di tanti bambini e bambineschi genitori che continuano ad alimentare questo calcio a furia di soldi, ha speculato, specula e speculerà fino all’ultimo. Eppure ciò che è accaduto in Brasile dimostra che non si vince con i soldi, ma col cuore, e che i calciatori veri nascono dove c’è fame: fame di cibo, fame di democrazia, fame di notorietà, mentre la opulenza ingrassa, fiacca e infine uccide.

Ma siccome non siamo in un Paese normale, molto probabilmente, come sempre, non accadrà nulla. Il calcio italiano, ormai arrivato alla buccia, sogna un mondo che non esiste più; esso non ha più nulla da dare ma sicuramente ancora un miliardo di euro nei prossimi due anni da prendere in diritti tv. E quando finirà la musica i suonatori si rivolgeranno altrove. Se la nostra sazietà ci sta uccidendo, la nostra atavica apatia farà il resto.

Marco Guizzardi (Presidente Csi Ravenna)

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